Io…

Sono nata a Roma nel 1976. Ero talmente tanto piccola che mio padre aveva paura di toccarmi e per circa tre settimane hanno ritenuto opportuno tenermi in una incubatrice. Era il 24 gennaio. Per i miei genitori ero un miracolo vivente.Ero la gioia di una paternità ritardata e di una maternità desiderata, ma difficile fin dai primi mesi.

Sono vissuta in un contesto familiare a quei tempi insolito, soprattutto in una borgata di una città bigotta come Roma: genitori divorziati, con alle spalle altre vite, altre famiglie. Così fino alla mia adolescenza mi rimaneva difficile capire perché avessi assistito all’età di 8 anni al matrimonio dei miei genitori e perché avessi un fratello che era tale solo da parte di madre.

In casa si respirava amore e nonostante le mille difficoltà di una famiglia operaia, posso dire che non mi è mancato mai nulla: carezze, baci, abbracci e rimproveri se facevo qualcosa che non andava. Ho passato la mia infanzia e adolescenza fra la capitale e la campagna romana dove i fine settimana puntualmente ci recavamo per “respirare aria pulita”.

Era durante quei tragitti che mio padre mi raccontava storie, reali o inventate, ancora oggi non lo so. Di certo vivono tut’oggi nei miei ricordi. Sono stati proprio i suoi racconti ad avvicinarmi alla lettura di libri man mano che crescevo. Era quasi una necessità, incontenibile, di alimentare il mio mondo fantastico. E cosa ci poteva essere di migliore dopo i racconti del mio papà? Parole scritte sulla carta che si trasformavano in immagini proiettate dalla mia mente.

A dodici anni gli chiesi di regalarmi per il compleanno una macchina da scrivere: volevo anche io inventare storie, scrivere un romanzo che narrasse di luoghi fantastici dove vivevano fate e folletti, draghi sputafuoco e animali parlanti.

Immaginavo mondi lontani come quello del Piccolo Principe e della sua rosa. Luoghi dove anche io potessi pattinare sul ghiaccio come in “Pattini d’argento”. Le mie letture preferite erano “La storia Infinita” e “Momo” di Michael Ende che hanno influito molto nella mia formazione letteraria.

E così arrivò in casa la Olivetti “lettera 32″ di cui ancora oggi vado orgogliosa e mi ritrovo a perdermi nel tintinnio dei suoi tasti quando batto sulla tastiera. Con il suo inchiostro blu e rosso, con le sue lettere irregolari a seconda della potenza del battito.

Dai 14 fino ai 17 anni passavo in compagnia della mia migliore amica, i pomeriggi nella biblioteca pubblica di quartiere. Studiavamo nel silenzio della sala di lettura, felici di avere il nostro posto, lontano dal mondo, dalle nostre case e circondate da quanto più amavamo: i libri. E così, nonostante la nostra giovane età ci avvicinammo a letture difficili come Sciascia, Grazia Deledda, Sibilla Aleramo, Pirandello. Quest’ultimo mi ammaliò con il suo “Sei personaggi in cerca di autore” e “L’uomo dal fiore in bocca”. Per poi conquistarmi totalmente con “Il fu Mattia Pascal”.

Così per Natale e i compleanni arrivavano sempre ben accetti i libri e gran parte dei miei risparmi finivano nella libreria più vicina dove acquistare le nuove uscite che in biblioteca non era facile reperire se non passavano almeno 6 o 7 mesi.

Italo Calvino mi aprì le porte del suo mondo fantastico con la trilogia (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente) e il surreale prendeva posto nel reale. Cominciai a vivere il mio presente sovrapponendo sovente una realtà che non sentivo mia, con personaggi fantastici usciti dall’ultimo libro letto e personaggi delle prime storie che iniziai a mettere sulla carta. Con me portavo sempre un’agenda e durante le spiegazioni in classe fingendo di prendere appunti, mentre ero totalmente perduta nel mio mondo.

Terminati gli studi, cercai di pesare il meno possibile sul badget familiare e iniziai a lavorare, prima in un albergo come receptionist, poi, stanca della monotonia di un giorno uguale all’altro, presi su le mie cose e me ne tornai a casa senza nemmeno dare loro una spiegazione logica. Vedevo negli occhi dei miei colleghi l’assenza di luce, di voglia di credere e vivere. Io non volevo fare la loro stessa fine. Io inseguivo il mio sogno di bambina.

Durante l’estate del ’96 mi trasferii sulla costa laziale dove lavorai come babysitter leggendo Castaneda, Hesse, e autori sudamericani come Marquez, Allende e Sepulveda.

Al rientro, in autunno, mio padre si ammalò. Mi iscrissi all’università, sociologia, convinta che attraverso quel corso avrei potuto comprendere meglio la nostra società, incitata da mio padre nel proseguire gli studi interrotti l’anno precedente.

Ma la sua malattia incise notevolmente nelle mie scelte future. Fu rapida e devastante. Una sera mentre era seduto nel suo letto in cerca di conforto, mentre leggeva “Eros” di Bevilacqua, mi guardò da dietro i suoi occhiali da lettura e con le lacrime agli occhi mi disse: “Ho speso tutta la mia vita lavorando, in attesa di arrivare alla pensione per godermi il meritato riposo e i frutti dei miei sacrifici accanto a tua madre, nella nostra amata campagna, ma la vita mi sta abbandonando!”

Circa un mese e mezzo dopo moriva in un letto di ospedale. E le sue parole sono scolpite nel mio cuore ancora oggi, a distanza di così tanti anni, e lo rimarranno per il resto della mia vita.

Rimasi sola con mia madre, e il peso di una perdita così grande da comprendere e fare mia. Così tre anni dopo scrissi il mio primo romanzo, “Oliver”, dove affrontavo la morte e rivivevo i luoghi a me cari dell’infanzia. Rimase per circa 7 anni chiuso in un cassetto.

Nei momenti difficili della mia vita la scrittura è stata il mio conforto, la mia migliore amica e il migliore analista che abbia mai incontrato senza l’onere di parcelle salate.

Dopo la morte di mio padre iniziai a lavorare per mantenere la mia autonomia. Pochi anni dopo lasciai l’università a cui non diedi mai la giusta importanza o semplicemente non trovai una adeguata empatia con i professori e i loro libri di testo.

Lavorai in un supermercato, in un distributore di benzina, in uno studio medico come segretaria, in un autogrill come responsabile del servizio e lentamente sentivo morire in me i miei sogni, accantonati sempre più in un cassetto.

Nel 2000 andai a vivere da sola, condividendo l’appartamento inizialmente con una mia amica, poi con il mio ragazzo. La convivenza è quanto di più bello e autodistruttivo possa esserci. Quando ero piccola mia madre diceva che tendevo sempre a voler essere più grande di quel che ero e così mi perdevo l’attimo in cui vivevo. Volevo diventare grande in fretta, convinta che, crescendo, avrei imparato a vivere portando a compimento i miei sogni di bambina. Mi accorsi, invece, che la vita da adulta spesso toglie tutte le energie soprattutto se ci si accontenta. Quando parlando con le persone esprimevo il mio desiderio di trovare un lavoro che mi piacesse e che si sposasse con i miei sogni di bambina vedevo nei loro occhi una punta di commiserazione: “Nessuno fa il lavoro che vuole!” Era la risposta.

Nella primavera del 2005 venni operata al piede destro. Uscita dall’ospedale, il mio compagno mi lasciava e io mi ritrovavo sola, zoppa e con tanto tempo per pensare e riorganizzare la mia vita. Capii che negli ultimi anni mi ero lasciata sopraffare dalla razionalità. Andai alla mia scrivania e tirai fuori i sogni dal cassetto. Tutti, uno per uno: Oliver, i miei racconti, la mia voglia di viaggiare e di continuare a stupirmi. Misi una tela vuota sul cavalletto e pur non sapendo disegnare un gran che lasciai che le tempere si posassero sul bianco immacolato e sul mio cuore: lentamente sentii che tornava a battere. La mente venne relegata in un angolo e cominciai a vivere come non fascevo da anni. Dopo due mesi mi licenziai e comprai un biglietto per l’Australia: partenza 2 dicembre, e iniziai a godermi l’estate romana con le serate e i concerti all’aria aperta nelle sue ville. Di giorno mi immergevo nel verde del lago di Martignano. Leggevo, osservavo, ascoltavo storie improbabili e scrivevo. In questo scenario, a dir poco magico, in cui mi riscoprivo e mi amavo, incontrai il mio principe azzurro. Un sognatore che, come me, aveva deciso di seguire i suoi sogni e si donava alla vita senza riserve.

Fu una meravigliosa storia d’amore, e dopo anni di corse per arrivare prima al domani, imparai a vivere l’oggi, incurante di ieri e affatto curiosa di sapere come sarebbe andata a finire. Probabilmente era dovuto alla mia partenza di lì a tre mesi. Ero felice e sapevo che quella meravigliosa storia era a termine, aveva una scadenza: 2 dicembre 2005. Fu l’esperienza più forte che abbia mai vissuto e mi diede la carica di prendere totalmente in mano le redini della mia vita. Cavalcai fino all’altro capo del mondo e da laggiù perduta nell’immenso e vasto deserto australiano, rapita dalla meravigliosa energia che emanava Uluru, osservai la mia vita da un nuovo punto di vista. Ci sono voluti 20000 chilometri di distanza per mettere a fuoco, ma alla fine ce l’ho fatta.

Tornata in Italia avevo le idee nettamente più chiare. All’aereoporto c’era il mio principe azzurro. Mi aveva aspettato.

Insieme abbiamo modellato le nostre vite, credendo nelle nostre capacità e alimentando i sogni di entrambi. Lui mi ha insegnato ad amare incondizionatamente le piante, tutto quello che so lo devo a lui e i corsi di giardinaggio che sono seguiti hanno solo riconfermato quello che già avevo appreso. Nella mia nuova vita il lavoro e gli hobby si sovrappongono: vivo interagendo con le piante , scrivendo racconti e romanzi. Nel 2008 ho pubblicato con la Mjm il mio primo romanzo “Oliver”, nel 2009 è uscita l’antologia “Accenti diversi, storie diverse” edita da Giulio Perrone di cui fa parte il mio racconto Eva.

Quello che sono lo devo ai miei genitori che hanno saputo insegnarmi valori importanti come l’amore per sé stessi e il rispetto degli altri. Entrambi hanno lottato per raggiungere il loro piccolo angolo di paradiso, ma si sono amati ed hanno amato incondizionatamente me fino all’ultimo. Lo scorso anno, alla presentazione del mio romanzo, ho visto gli occhi di mia madre brillare per l’emozione. Lei mi ha trasmesso la caparbietà e l’ostinazione di andare fino in fondo anche quando nessuno crede in te. Mio padre è stato il mio primo insegnante: da lui ho imparato a sognare e mai dimenticherò la luce dei suoi occhi mentre mi raccontava le sue storie.

Nell’agosto del 2009 anche mia madre se n’è andata. Ha lasciato questo corpo, ma di lei ricorderò sempre la forza e la determinazione.

Vivo con il mio compagno, nostro figlio e tre meravigliose gatte a Roma. Dalla finestra del mio salone gli alberi mi salutano sfruttando il vento che in questa giornata ha riportato alla mente immagini di un passato lontano. Sorrido sapendo che anche oggi sarà passato, ma consapevole che i sogni e la realtà possono combaciare.. basta spostare l’orizzonte un po’ più in là (parafrasando Meg).

Mariella Musitano