marzo 22nd, 2011

Mi piace il suono delle parole. Di tutte, ma alcune mi fanno vibrare l’anima un po’ come il vento fa muovere una girandola colorata o un ramo in fiore o i petali di un papavero in un campo.
Un vento che lo cattura e lo fa vorticare in alto sulla mia testa quasi a voler raggiugere il cielo e forse lo raggiunge.
Il suono mi cattura e le parole mi entrano dentro per non uscirne più. Anche.
Tutto è iniziato con la voce. Il suono della voce di mio padre che raccontava storie, durante gli spostamenti in macchina o una passeggiata per i boschi o durante le nostre camminate sul bagnasciuga all’ora del tramonto quando l’acqua produceva brividi sulle punte dei piedi.
Ero una bambina che non conosceva lettere tantomeno i punti e le virgole e i punti e virgole e i due punti e quelli di sospensione.
Arrivarono poi anche loro e la voce lasciò il posto agli occhi. Arrivarono i libri e le parole divennero mute e l’attenzione verso di esse mi lasciava sospesa fra il nero e il bianco del foglio. Eppure riuscivo ancora a sentirne il suono, un suono silenzioso e potente.
Sono cresciuta ancora e fu la volta delle mani. Una matita, una penna, un foglio, un quaderno, un diario. Il fluire della scrittura morbido e il contatto della mano che sfiorava il foglio. Il suono si era trasformato in un sussurro dato dall’attrito della mano sulla carta.
Arrivò poi un regalo. E le parole divennero ticchettio sulla “Olivetti Lettera 32“.
Tic lettera tic spazio tic punteggiatura
Straat capoverso.
Le parole e i loro suoni sono parte di me alcune di più altre di meno. Parole, associazioni infinite di lettere come le possibilità che si celano dietro di esse.
Forse è una malattia rincorrere le parole e raggrupparle e crearne immagini e fermare emozioni e lasciarle vivere in eterno ma se dovessi guarire da essa credo che potrei morirne.